Ischia News ed Eventi - Parole al vento o il vento nelle parole

Parole al vento o il vento nelle parole

Politica
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William Somerset Maugham è stato l’autore della mia giovinezza, sessant’anni fa. Lo scoprii a sedici anni con i libri Oscar della Mondadori, che uscivano ogni settimana in edicola a 350 lire. Fu con quegli Oscar — e poi con i Pocket della Longanesi, sempre a 350 lire — che mi sono fatto le mie idee del mondo e della sua Storia.

In un libro di Maugham — li leggevo sottolineando le frasi che ritenevo importanti — trovai scritto che «in ciascuno di noi convivono più personalità e ciascuna non gradisce la presenza dell’altra». L’osservazione mi piacque perché sembrava una mia auto-confessione, quando ancora non avevo mai letto di bipolarismo, oggi addirittura classificato come una pericolosa malattia.

Credo che da allora abbia saputo, a mio modo, di avere almeno due personalità. Due passioni caratteriali che avrei mantenuto per tutta la vita. C’era un “politico” in me, attratto dalle opinioni dei politici del tempo e dei loro osservatori. E c’era la passione per il giornalismo, per la scrittura.

Queste due persone in una non sono mai andate via da me, e ancora oggi non so quale delle due prevalga. Così, quando — già uomo maturo — conobbi Piero Ottone, maestro di giornalismo, che nel 1987 sosteneva che «il giornalista che fa politica è un cattivo giornalista», mi sono sempre sentito, da allora, un cattivo giornalista, pur restando costantemente proteso verso l’obiettività.

Ho sempre cercato di contestare quella affermazione: un giornalista non deve fare politica, certo, ma come può essere asettico di fronte alla politica? L’indipendenza tra il nero e il rosso — o tra un nero e un altro nero — non può esistere se una cultura è fondata su determinati valori.

Così mi sono definito un giornalista politico ed economico, impegnato però nel racconto “locale” della terra in cui vivo: Ischia, parte del Continente e della grande area metropolitana di Napoli.

Insomma, non si può essere davvero “indipendenti” di fronte ai problemi della propria terra. Denunciarli non basta: bisogna cercare di risolverli. Da qui un impegno politico anche diretto, se occorre, senza però dimenticare le regole del giornalismo vero, quello che — come ammoniva Lamberto Sechi, direttore di Panorama — deve separare i fatti dalle opinioni. Panorama è stato il settimanale che da giovanissimo ho letto e studiato. Come i libri di Maugham.


L’occhio del vecchio cronista

Così, da giornalista politico ed economico attento allo sviluppo locale, ma soprattutto da vecchio cronista, la mia attenzione resta sempre rivolta al confronto sui temi della nostra isola d’Ischia.

Domenica 1° febbraio 2026 mi ha colpito un articolo del direttore de Il Dispari, Gaetano Di Meglio, apparso in seconda pagina con il titolo: «Ischia al centro del PD: da Napoli il segnale che apre la corsa al 2027». Dal titolo pensavo che il PD avesse deciso una mobilitazione generale per l’isola: un richiamo all’identità, una raccolta delle forze, i consiglieri comunali dei sei Comuni invitati a costituire gruppi autonomi di iniziativa politica; magari una conferenza programmatica sullo stato complessivo dell’isola, capace di avanzare proposte sul presente e sul futuro.

Per il mio retaggio di esperienza storica, così si faceva negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, con i partiti solidi: DC, PSI, PCI. Una conferenza programmatica, basata su un testo di riferimento, in un luogo pubblico e fisico, dove indicare — nel solco delle linee nazionali ed europee — il cammino progettato per una realtà modesta ma complessa come la nostra, oggi aggravata da una “ricostruzione” codificata dal Governo centrale e istituzionalizzata da un Commissario di Governo presente da nove anni sul territorio, con ben quattro commissari statali.

Allora si mobilitava così la cittadinanza, impegnandola sui problemi della crescita sociale ed economica.

Ma leggendo l’articolo non ho trovato nulla di tutto questo. Alcuni aderenti del PD avevano partecipato a una manifestazione a Napoli e avevano parlato, nei corridoi, di adesioni e clientele. Niente programmi. Niente mobilitazione.

Ne è nata in me una delusione profonda: il PD resta un partito liquido, senza identità e senza una classe dirigente, assolutamente omologato agli altri partiti liquidi. Sul piano locale non ha né linea né dirigenti.


La voce di Graziano

Poi, martedì 3 febbraio, ho letto su Il Golfo un articolo di Graziano Petrucci dal titolo «Sei campanili e un solo futuro». Petrucci — vecchio militante e dirigente dell’associazione per il Comune Unico, istituita trent’anni fa ed estinta per insipienza dirigenziale nell’indifferenza generale — ripropone il tema centrale dell’unità amministrativa di Ischia come necessità evidente alla luce della crisi economica.

Ricorda il tentativo di Mimmo Barra, ultimo commissario dell’Azienda di Cura e Soggiorno, di costruire un Patto per lo sviluppo: uno strumento di finanza di territorio che, in un progetto unitario, avrebbe potuto portare 650 milioni di euro al sistema locale di sviluppo individuato dalla Regione Campania già nel 2008.

Petrucci rilancia il tema dell’unificazione amministrativa e, da vecchio sostenitore che nel 2018, insieme a Gianni Vuoso, presentò all’assemblea del 18 marzo al Salone della POA un ampio documento programmatico, non posso che condividere. Ma sento anche il dovere di richiamare — come voce nel deserto, come parole al vento — i dirigenti e gli eletti dei partiti liquidi alla durezza del momento storico che avverto soprattutto nel campanile di Casamicciola, che suona sempre più lentamente.

Disperso nel vento delle parole.