«Non potevano capire. Io ero già con lui oltre il muro della vita.»
Questa risposta, pronunciata in un momento di indicibile fragilità vissuto accanto al marito, appare quasi profetica se si volge lo sguardo all’intera vita di Miggi Calise e si legge con attenzione la sua opera Cattura la luna; storia e costume di una famiglia ischitana, edita da Franco Di Mauro Editore. Questo è un libro di tutti e per tutti, perché, come ogni autobiografia che si rispetti, è un’Odissea. Nei testi di Miggi si percepiscono, fino a fondersi, la nascita e la crescita di Telemaco, i naufragi di Odisseo, la speranza di Penelope, la fedeltà di Argo, la riconoscenza di Euriclea e non solo. Emergono, inattesi, i diversi Scilla e Cariddi, le illusioni di destino delle Sirene, i molteplici volti di Calipso. Per me, nato tre generazioni dopo Miggi, questo libro è stato una vera riscoperta del passato: un album che intreccia fotografie e parole, nel quale ritrovare un mondo ormai sepolto eppure ancora essenziale per comprendere chi siamo, che cosa abbiamo perduto e come poter ritrovare quello stato di felicità primordiale. Sin dalle prime pagine sono stato assalito dalla meraviglia. Imbattermi in un’immagine del porto di Casamicciola negli anni Cinquanta è stato sorprendente. Quella che per Miggi è «la casa del cuore», Casamicciola, lo è anche per me: radice silenziosa che ci lega. Issando ancor più le vele e proseguendo il viaggio, giungiamo sulle coste della sua storia d’amore con il marito Nino. È questo il nucleo centrale dell’opera, dove il suo canto si fa più intenso e profondo. Tra gioia e sofferenza trova spazio la bellezza: quella di un amore libero, che non ha mai fatto sconti, pronto a mettersi in navigazione nella verità anche quando gli scogli più impervi sembravano emergere dalle acque senza lasciare alcuna speranza.
«Non ho mai saputo / dentro di me / dove avesse confine / l’anima tua.»
A questi versi corrisponde, senza proclami e con poche parole, un’unica promessa: continuare ad amare l’amato anche oltre il confine della morte. Ai versi dedicati al marito se ne affiancano altri, altrettanto intensi, rivolti alla sorella Gemma, altra pietra d’angolo della sua personale Odissea. Proprio come Atena, Gemma protegge Miggi: come ogni sorella maggiore, custodisce la sua essenza e, con essa, il suo destino. Le due condividono un rapporto quasi simbiotico; l’una conserva i ricordi dell’altra. Dopo il dolorosissimo naufragio della sua scomparsa, Miggi scriverà:
«Ora che tu sei morta / anche l’infanzia mi sfugge / si fa vago il ricordo / indistinta memoria.»
Il vuoto le fa da contorno e Miggi sembra smarrirsi:
«E già si intravedono / le onde e il fondo / dell’abisso.»
Ma Miggi è anche madre e, proprio per questo, sa sempre come rimettersi al mondo, come curare e curarsi continuando ad amare.
«Chi più di una madre ama?»
si chiede nella poesia Del nascere, scritta il primo agosto 2025. Alla fine della lirica arriva a svelare il segreto che ci rende vivi e non soltanto viventi:
«Quando si ama, non si appartiene più a se stessi.»
Anche nella natura, e in particolare nei fiori, Miggi riconosce frammenti della propria vita e del proprio passato. Riesce a trasformare questi brandelli di memoria, che riaffiorano di tanto in tanto, prima in sangue, poi in luce e infine in poesia. Per lei diventano occasioni di canto, un modo per non cedere agli abissi già attraversati e per rivolgersi, invece, alla gioia sacra del quotidiano vivere. Cattura la luna non si presta a finzioni letterarie, bensì racconta una storia reale, vissuta con pathos e caritas, presentandosi come un prosimetro. All’autobiografia in prosa si affianca quella in versi: due forme strettamente intrecciate che coinvolgono profondamente chi legge. Fin dalle prime pagine ci si sente protagonisti, perché ogni storia autentica finisce per parlare anche di noi. È forse per questo che le grandi opere della letteratura continuano a coinvolgerci: ci riconosciamo nel narratore, nella sua voce, nelle sue ferite. In fondo, l’uomo, per sopravvivere, ancora prima di scrivere, ha bisogno di raccontare e di raccontarsi. La storia narrata è dunque la storia di ciascuno di noi, soprattutto di chi ha amato con una sola premessa: la libertà.
Il nostos di Miggi non è mai stato un’Itaca da raggiungere una volta per tutte. La sua Itaca l’ha sempre portata dentro di sé e, con autenticità, l’ha fatta affiorare lungo tutta la sua esistenza: ricevere il dono del canto per poterlo, infine, donare agli altri. In una delle sue ultime poesie Miggi scrive:
«Senza amore / non sono più capace / di esistere.»
Questo è il suo testamento.
Casamicciola Terme, 2 agosto 2026
Claudio Fiorenzano
