Sono passati oltre 56 anni, ma in me è vivo come ieri il ricordo di Parigi nel marzo 1970. Avevo 20 anni. Ostinatamente volevo vedere, conoscere, vivere Parigi da almeno cinque anni, da quando avevo cominciato a studiare il francese.
Ero studente universitario al secondo anno di Economia e Commercio e trascinai un mio collega di facoltà a fare un viaggio «per la gioventù» a Parigi. Avevamo uno sconto per il viaggio in treno. Potevamo soggiornare all’ostello della gioventù. Ci bastava poco. Avevo il presalario dall’università.
Facemmo il viaggio in treno Napoli-Parigi, 24 ore massacranti in uno scompartimento di seconda classe. Arrivammo alla Gare de Lyon e prendemmo un «café», scoprendo che un «express» è tutt’altra cosa. Raggiungemmo in metropolitana — e la scoprimmo grazie alla guida gratuita delle stazioni che prendemmo in biglietteria — boulevard Kellermann, alla periferia, dove c’era l’«auberge de jeunesse», cioè l’ostello. E fu la seconda cosa che imparai dopo l’«express», che è diverso dal «café». Tutto, in Francia, deve essere pronunciato in francese.
Il direttore dell’ostello, che si chiamava «père aubergiste», ci assegnò due letti a castello per soli due giorni, perché io e il collega non avevamo prenotazioni. Dopo avremmo dovuto trovarci un altro alloggio per le due settimane a Parigi che avevo programmato.
Lo trovammo nelle vicinanze di Place d’Italie (il caso!). Una pensioncina di cui ho dimenticato il nome. Ma il primo giorno all’ostello fu indimenticabile.
Brasiliani a Parigi
Conoscemmo un piccolo gruppo di studenti brasiliani. La lingua francese ci univa. Così chiesi loro dove sarebbero andati quella sera per vedere Parigi.
Uno di loro — non ricordo più il nome — mi disse che quella sera, nel marzo 1970, in coincidenza con le vacanze pasquali, sarebbero andati nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés, nel Quartiere Latino, per assistere a uno spettacolo di Geraldo Vandré. Era un cantautore brasiliano della contestazione giovanile e politica, esule in Francia perché in Brasile c’era la dittatura militare e non c’era libertà di pensiero e di opinione.
Così ci aggregammo a loro e andammo. Fu lo spettacolo più bello e libero che abbia mai visto nel corso della mia vita.
La Passione di Cristo secondo Cristino
Era, in una chiesa cattolica, la celebrazione della morte di Cristo. Ma tutta la celebrazione veniva accompagnata da canti in portoghese brasiliano, con testi e musiche al ritmo di samba e bossa nova.
All’ingresso della chiesa fu dato a tutti il testo della Passione secondo Cristino — probabilmente un prete della liberazione — ciclostilato in portoghese, con la traduzione in francese e una prefazione, credo del rettore della chiesa, che ci invitava a seguire la Passione di Cristo con la medesima intensità, qualunque fosse la nostra fede, anche da laici senza fede.
Seguii tutta la funzione con incanto.
Alla fine, al momento della comunione, mentre decine di persone prendevano l’ostia, Geraldo Vandré cominciò a cantare una canzone che invitava ad andare lontano, «perché attendere non è sapere». Il tutto era accompagnato da tre o quattro chitarristi, al ritmo di una samba lenta.
Ho conservato per anni — ma l’ho perduto a causa dei traslochi — il testo di quella Passione secondo Cristino.
In Italia non fu mai ripetuto uno spettacolo simile. Scoprii in seguito che Sergio Endrigo aveva tradotto e cantato il testo di Geraldo Vandré.
Non ho più rivisto i ragazzi brasiliani. Perfino il mio compagno di allora non so più dove viva e se sia ancora vivo.
La Passione secondo Cristino non l’ho più ritrovata.
Ma quella sera, nel marzo del 1970, a Parigi, nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés, fu lo spettacolo più intenso e bello che abbia mai visto.
G. M.
